Io sono Gerusalemme

22 Nov

2017

Io sono Gerusalemme

Nell’Auletta dell’Aula Paolo VI, mercoledì 6 dicembre 2017, papa Francesco salutava i partecipanti alla riunione del Comitato permanente per il dialogo con personalità religiose della Palestina,
promossa dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. La Chiesa Cattolica è sempre contenta di costruire ponti di dialogo con comunità, persone e organizzazioni; e con i rappresentanti palestinesi, intellettuali e religiosi, è una vera gioia. Dice il papa: «La Terra Santa è per i cristiani la terra per eccellenza del dialogo tra Dio e l’umanità. Un dialogo culminato a Nazareth tra l’Angelo Gabriele e la Vergine Maria, avvenimento al quale fa riferimento anche il Corano. Il dialogo continua poi in maniera singolare tra Gesù e il suo popolo in rappresentanza dell’umanità intera. Infatti, Gesù è il Verbo di Dio e il suo parlare agli uomini e alle donne è, per riprendere le parole di un esponente musulmano, “il dialogo di Dio con l’umanità”».

Il papa ha poi sottolineato l’attenzione che le Autorità dello Stato di Palestina, in particolare il Presidente Mahmoud Abbas, hanno verso la comunità cristiana, riconoscendo il suo posto e il suo ruolo nella società palestinese.

Nelle stesse ore Donald Trump ha “determinato che è ora di riconoscere ufficialmente Gerusalemme capitale di Israele”. Il trasferimento dell’ambasciata non sarà comunque imminente e continuerà a restare a Tel Aviv per altri sei mesi, visto che Trump al termine del suo intervento ha firmato una nuova sospensione del Jerusalem Embassy Act, la legge approvata dal Congresso nel 1995 per trasferire la legazione, ma che ogni presidente prima di lui, Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama. Sospensione che i presidenti Usa debbono sottoscrivere ogni sei mesi per bloccare gli effetti della legge del 1995. Questa è la seconda ed ultima volta che Trump firmerà il provvedimento che blocca l’attuazione della norma del 1995, confermando però di aver ordinato di iniziare i progetti per la realizzazione della legazione.

Sempre nello stesso giorno, al termine dell’Udienza Generale, dopo aver parlato del viaggio apostolico che ha compiuto in Myanmar e in Bangladesh, il Papa ha lanciato un appello: «Il mio pensiero va ora a Gerusalemme. Al riguardo, non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, nello stesso tempo, rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti Risoluzioni delle Nazioni Unite. Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i Luoghi Santi delle rispettive religioni, e ha una vocazione speciale alla pace. Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti».

Mi unisco all’appello del Papa. Anch’io sono stato a Gerusalemme; tre volte. In una di queste, vi ho soggiornato leggendo i luoghi e gli spazi mediante le pagine bibliche, guidato dai monaci di Bose. Un percorso spirituale che mi ha aiutato a vedere anche i cittadini di Gerusalemme. E così non ho solamente compreso. Io ho sentito l’urlo del desiderio di pace di alcuni, stoltamente soffocato da uomini dalla cattiva volontà. Gerusalemme è una città, ma è anche un giardino. È preghiera. È vita. È santa. È bellissima. Ed è di tutti. Ognuno di noi può, in tutta onestà, dire: “Io sono Gerusalemme. Io là sono nato”.

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